image2All’età di 20 anni Lidia subì uno strappo che avrebbe influenzato profondamente la sua vita amorosa. Il ragazzo di cui era tanto innamorata, la lasciò. Si trattava di quell’innamoramento tipico della post adolescenza, simile ad una infatuazione un po’ più elaborata e complessa.

La fine di questo rapporto la gettò nel più profondo sconforto, scoprì un dolore nuovo, irruente e pervasivo che non aveva mai provato prima. Da quel momento cominciò a riflettere sull’origine di questo genere di dolori, sul fatto che la fine di un rapporto amoroso, durato appena 7 mesi potesse generare emozioni così tristi e angoscianti.

Pochi mesi dopo scoprì inoltre che non ne era valsa la pena dannarsi l’anima per quello lì. Che forse era stato addirittura un bene che si fossero lasciati. Scoprì la differenza tra l’idealizzazione e la realtà. A lei era sembrato un ragazzo dalla mente arguta e brillante e invece era il tipico narcisista pieno di complessi.

Dunque, troppe cose non le tornavano. E cominciò a leggere teorie e libri sull’amore. Dal dilemma dei porcospini di Schopenhauer, alla differenza tra innamoramento e amore di Alberoni, passando per teorie new age, Osho, Siddartha e santoni vari.

Un concetto la colpì particolarmente. L’attaccamento. Nelle relazioni amorose ci si sente vulnerabili perché c’è attaccamento. L’attaccamento è in realtà un bisogno, una dipendenza che proviamo nei confronti del partner, tale che se lui o lei non dovesse più esserci, ci manca il terreno sotto i piedi.

Continuando a frugare in mezzo a tutte quelle letture scoprì anche che la via del non attaccamento portava ad accettare una relazione promiscua. In un concetto così evoluto di amore si poteva tranquillamente stare con una persona senza per questo essere fedeli e pretendere fedeltà assoluta. Roba da sessantottini, pensava. O da pseudo filosofie orientali, teorie troppo ardite per il mondo occidentale e cattolico in cui era cresciuta. Certo, sempre meglio donne e uomini che si tradiscono consenzienti, che tradirsi a tradimento. Tuttavia questo modo di intendere l’amore non la convinse del tutto.

La via del non attaccamento, quella sì che le pareva una teoria interessante e decise di approfondire.

Il non attaccamento non crea dipendenza, permette all’altro di essere e di esprimersi per quello che è. Aiuta a fare in modo che si fiorisca entrambi senza prevaricazioni. Insomma amare vuol dire volere il bene dell’altro. Tutto quello che vedeva intorno a lei sembrava andare però in un’altra direzione. Coppie di amici che si scannavano a botte di sensi di colpa. Dinamiche in cui lui cercava invano di cambiare lei e lei invano di cambiare lui. Tradimenti pianificati e realizzati con precisione impeccabile. Cosa c’entrava tutto questo col volere il bene dell’altro?

Continuò a studiare l’argomento, passando anche per narrazioni piene di luoghi comuni e concetti terra terra, tipo “solo se ami te stessa puoi amare l’altro” “solo se ami te stessa sarai amata a tua volta” “se attrai sempre l’uomo sbagliato è perché c’è qualcosa in te che non va”.

Continuava a ingurgitare teorie e concetti, convinta che questo l’avrebbe preparata a scongiurare nuove possibili delusioni. Dai 20 anni in poi aveva dunque iniziato a rafforzare il suo senso di autonomia, a provare sempre meno a dipendere dagli altri e a contare innanzitutto su se stessa, convinta com’era che dipendere dagli altri, soprattutto dal proprio partner, fosse solo una trappola.

Non può essere solo un caso il fatto che costruì le sua relazione successiva più sulla salvaguardia degli spazi, che sulla condivisione. Spinta dal comportamento di un partner che rafforzava questo modello, si fece prendere troppo la mano. Nel giro di tre anni ognuno conduceva una vita quasi perfettamente autonoma, gli spazi di incontro erano ridotti all’osso. Quando si lasciarono lei non sentì alcuna differenza. Gli spazi che si era creata non includevano un’altra persona. Quello che aveva fatto, complice il carattere claustrofobico di lui, era stato capire come tenere le distanze.

Le tornò in mente il dilemma dei porcospini di Schopenauer:

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Quello che era completamente mancato era il bisogno di scaldarsi.

Dopo quella relazione le capitò di fare un sogno ricorrente. Sognava di gettarsi nel vuoto per provare a vedere se qualcuno la prendeva, ma si svegliava sempre prima di raggiungere il suolo. Per cui la sua domanda rimase insoluta per diverso tempo. Soffrì di cistiti ricorrenti, si prese il papilloma virus, riuscì a vedere chiara tutta la faccenda solo quando la sua ginecologa elaborò la sua teoria su tutte quelle infezioni “ti sei sentita per troppo tempo poco amata e poco desiderata”. Ed è proprio così si era sentita.

Capì che non aveva capito niente. La freddezza di lui, unita al tentativo disperato di indipendenza di lei avevano creato un disastro perfetto.

Cercò da quel momento il partner che fosse disposto a prenderla quando lei si lanciava nel vuoto e trovò Alberto. Lui c’era sempre quando ne aveva bisogno. Quel modo di esserci riuscì a dare spazio anche al suo senso di autonomia e di indipendenza in modo più sano. Aveva la dote di riuscire a prendersi cura di lei e sarebbe stata una storia a lieto a fine se lui non avesse avuto al contempo un carattere autodistruttivo e una vita completamente sregolata. E si lasciarono.

Fu lì che capì finalmente la trappola della dipendenza affettiva. Se si fosse appoggiata delegando solo a lui il senso di sicurezza e di accudimento, non avrebbe mai avuto la lucidità di vedere ciò che non andava e il coraggio di cavarsene fuori. Fu lì che capì la trappola a cui ti costringe l’avere bisogno dell’altro.

Ma dopo Alberto la questione della lontananza era tornata a bussare alla porta sotto altre forme e chiedendo nuove risposte. Dopo di lui aveva solo allontanato chi aveva provato ad avvicinarsi a lei. Appena qualcuno si faceva più insistente, lei si sentiva violata e privata dei suoi spazi. Non aveva trovato nessuno per cui valesse la pena retrocedere.

E così che ha capito che il non avere bisogno vuol dire raggiungere la libertà. Di scegliere con chi uscire, di dirgli no, di non annoiarsi con lui, di preferire le amiche a quel tipo che ha conosciuto per caso, ma che non le interessa e non vuole passare il suo tempo con lui. E così si diventa brave a dire di no. Ha cominciato a dirne uno, poi un altro poi un altro ancora al punto da chiedersi se c’è qualcosa che non va.  Ma non c’è niente che non va. Semplicemente la qualità del suo tempo viene prima di tutto.

E tutto questo dura fino a che non ti innamori.

 

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